La mente contesa. La lotta per il predominio

La mente contesa. La lotta per il predominio

Mappare il cervello: promesse e limiti.

 

Il sogno di mappare il cervello umano affascina da almeno un secolo neuroscienziati, filosofi e visionari. Ma è solo negli ultimi dieci anni che questo sogno ha assunto la scala di una vera corsa globale, paragonabile alla sfida per la Luna o alla decifrazione del genoma umano. In questa corsa non ci sono razzi né laboratori sotterranei: ci sono invece supercomputer, tecnologie di imaging sofisticatissime e una quantità di dati che sfiora l’inimmaginabile.

Da un lato, la promessa è irresistibile: comprendere come nasce un pensiero, come si forma un ricordo, come si decide un’azione. Dall’altro, aleggia un’ambizione più implicita, quasi mai dichiarata pubblicamente: se riusciamo a mappare il cervello con sufficiente precisione, possiamo anche tentare di influenzarlo. È questa tensione, sospesa tra scienza e desiderio di controllo, a rendere l’impresa tanto magnetica quanto controversa.

Cartografare l’infinito: l’ambizione dei grandi progetti internazionali.

Per comprendere la portata dell’attuale stagione delle neuroscienze basta entrare, anche solo virtualmente, nel campus di Ginevra dove per anni ha operato l’”Human Brain Project” dell’Unione Europea. Lanciato nel 2013 con un finanziamento iniziale di oltre un miliardo di euro, il progetto aveva un obiettivo ambizioso: costruire una simulazione digitale completa del cervello umano. Non un modello anatomico, ma un “gemello computazionale” capace di riprodurre attività neurali reali.

Il neuroscienziato Henry Markram, principale promotore dell’iniziativa, lo descrisse con una metafora che colpì molti: “Vogliamo creare un telescopio per la mente.” Ma come spesso accade alle grandi visioni, la realtà è risultata più complessa. I dati raccolti erano imponenti, ma non sufficienti a catturare la ricchezza dinamica del cervello; la simulazione, per quanto potente, continuava a sfuggire alle aspettative. Nel 2023, il progetto si è concluso lasciando in eredità una piattaforma tecnologica avanzata e molte domande aperte.

Negli Stati Uniti, la risposta è stata la “BRAIN Initiative”, annunciata da Barack Obama nel 2013 alla Casa Bianca. In quell’occasione il presidente paragonò l’impresa alla scoperta della struttura del DNA, evocando una nuova era della biologia. L’obiettivo era diverso da quello europeo: non simulare il cervello, ma mappare in tempo reale l’attività di migliaia di neuroni, sviluppando strumenti capaci di osservare l’invisibile, quasi come un Hubble puntato verso le profondità dell’interiorità biologica.

Progetti paralleli sono nati in Giappone, Cina, Corea del Sud, spesso con approcci ancora più integrati con l’intelligenza artificiale. È un movimento planetario, animato da una promessa comune: costruire la geografia più dettagliata mai concepita dal genere umano, la geografia delle nostre stesse possibilità mentali.

Le nuove “lenti” sul pensiero: rivoluzioni e illusioni della neuroimaging.

Se c’è un settore in cui le neuroscienze hanno davvero compiuto passi da gigante, è quello delle tecniche di neuroimaging. La risonanza magnetica funzionale, introdotta negli anni Novanta, oggi permette di osservare intere reti cerebrali mentre svolgono un compito: leggere una frase, ricordare un volto, prendere una decisione. Strumenti come la magnetoencefalografia rilevano oscillazioni neurali con una precisione temporale che rasenta il millisecondo.

Nel 2022, un team dell’Università del Texas ha fatto il giro del mondo per essere riuscito a “ricostruire” frammenti del contenuto mentale di alcuni volontari grazie a un modello linguistico addestrato sui dati fMRI. Le immagini recuperate erano lontane dalla nitidezza cinematografica che qualcuno si aspettava, ma rivelavano una direzione chiara: non era più fantascienza pensare a un’intelligenza artificiale capace di decodificare tendenze del pensiero a partire da schemi di attivazione neurale.

Eppure, proprio qui emerge la prima grande illusione. Per quanto sofisticate, queste tecnologie non “vedono” il pensiero. Vedono correlazioni, pattern, probabilità. Sono mappe di flussi sanguigni, di campi magnetici, di oscillazioni elettriche: indizi, non essenze. È come cercare di comprendere un romanzo osservando il movimento degli occhi di chi lo legge. Si può intuire un ritmo, un’emozione, ma il significato sfugge.

Il filosofo e neuroscienziato Francisco Varela ricordava spesso che “la coscienza è un fenomeno incarnato, ma non è riducibile ai suoi correlati neurali.” Una frase che pesa come una pietra tra le mani di chi spera di ricostruire, da un grafico di attivazione, il labirinto interiore da cui emerge il mondo soggettivo.

Il labirinto irriducibile della mente: perché la lettura dei pensieri resta un miraggio.

Nonostante i progressi, la lettura precisa dei pensieri resta un miraggio per ragioni che sono insieme tecniche e filosofiche.

La prima è la complessità. Ogni secondo, il cervello umano esegue milioni di operazioni parallele, intrecciando segnali chimici, elettrici, vibrazionali. Ridurre tutto questo a un’immagine o a un algoritmo significa semplificare drasticamente un fenomeno che non ha un singolo centro, una singola traccia, una singola firma.

La seconda è la variabilità. Nessun cervello è uguale all’altro, e persino il cervello di una stessa persona cambia continuamente: per stato emotivo, contesto, memoria, corpo. Ogni decodifica ha bisogno di una lunga fase di addestramento personalizzato, e non esiste — almeno per ora — una “grammatica universale del pensiero”.

La terza ragione è forse la più elusiva: la mente non coincide con i suoi correlati. Anche se si mappassero tutti i neuroni in tempo reale, resterebbe un residuo di interiorità che la scienza non sa come trattare, una sorta di margine di libertà che sfugge a ogni determinismo. Alcuni neuroscienziati lo liquidano come rumore statistico; altri, come David Chalmers, vi intravedono il confine del “problema difficile della coscienza”.

In questa zona di inafferabilità, qualcuno riconosce invece la traccia di un Campo di Coscienza più ampio, non localizzato, che si esprime attraverso il cervello ma non vi si esaurisce. Se fosse così, allora nessuna mappa sarebbe sufficiente a catturare l’essenza della mente, proprio come nessuna carta geografica può contenere lo spirito di un paesaggio.

Ed è forse questo il punto più importante della frontiera neuroscientifica contemporanea: possiamo tracciare confini sempre più precisi, ma l’elemento essenziale continua a sfuggirci. Come un viaggiatore che avanza nel deserto seguendo una linea all’orizzonte che arretra ad ogni passo, la scienza progredisce senza mai raggiungere la meta finale. Ma è in questa tensione infinita, più che nel risultato, che si misura la grandezza dell’impresa.

Le nuove tecnologie che vogliono dialogare con il cervello.

Se c’è un luogo in cui il confine tra scienza e fantascienza sembra dissolversi, è quello delle neurotecnologie emergenti. Oggi, nei laboratori dell’MIT, della “Stanford School of Medicine” o dell’”Istituto Weizmann” di Rehovot, neuroscienziati e ingegneri lavorano fianco a fianco come moderni artigiani di un’impresa che un tempo sarebbe stata considerata sacrilega: collegarsi al cervello umano, leggerlo, stimolarlo, e talvolta provare a interpretarlo. È la nuova frontiera del rapporto tra l’uomo e le macchine, una regione di confine dove l’ambizione di manipolare la mente incontra la resistenza misteriosa di ciò che sfugge a ogni ingegnerizzazione, quella regione di interiorità che molti continuano a considerare la manifestazione di un Campo di Coscienza più vasto.

Dalla corrente alla coscienza: l’era della neurostimolazione.

Le tecniche di neurostimolazione, oggi ampiamente studiate e sperimentate, non sono nate ieri. Già negli anni Cinquanta il neurochirurgo spagnolo José Delgado stupì il mondo entrando in una arena di Cordova e fermando la carica di un toro con un semplice impulso radio inviato a un elettrodo inserito nel nucleo caudato . L’immagine del toro che si immobilizza a pochi metri dall’uomo armato solo di un trasmettitore è diventata un’icona — ma anche un monito.

Oggi la neurostimolazione è molto più raffinata. Le tecniche non invasive come la TMS (stimolazione magnetica transcranica) o la tDCS (stimolazione a corrente diretta) promettono di modulare l’attività di aree cerebrali legate alla depressione, all’ansia, al dolore neuropatico. Nei corridoi della Harvard Medical School si parla di protocolli personalizzati basati sull’impronta elettrica di ogni individuo, una sorta di intonazione neurale che la tecnologia cerca di armonizzare.

Eppure, malgrado i progressi, manchiamo ancora di una mappa precisa di come gli stimoli esterni si traducano in esperienze interiori. Il filosofo Thomas Metzinger ha osservato che “tocchiamo il cervello come un pianista alle prime armi, capaci di suonare singole note ma ignari dell’armonia complessiva.” La metafora è generosa: nella pratica, la nostra capacità di modulare l’esperienza resta molto più limitata di quanto la narrativa popolare suggerisca.

Tratto da: “La mente contesa”. (Bruno Del Medico, PensareDiverso 2026)