L’organismo come sistema non-locale.
C’è un momento, lungo il percorso di questo libro, in cui la critica al riduzionismo non può più limitarsi a mostrare ciò che non funziona. Deve proporre un cambio di prospettiva. Il Capitolo IV° nasce esattamente da questa necessità: introdurre il lettore a un’idea tanto semplice quanto destabilizzante per la biologia classica, e cioè che negli organismi viventi il comportamento delle parti non può essere compreso senza partire dallo stato dell’intero.
Dopo aver mostrato, nei capitoli precedenti, i limiti della spiegazione puramente biochimica e le difficoltà del darwinismo nel rendere conto della forma e dell’organizzazione, qui si compie un passo ulteriore. Non si tratta più solo di dire che le molecole non bastano, ma di riconoscere che la causalità biologica non è né lineare né locale. Negli organismi, ciò che accade in un punto dipende da condizioni che non sono confinabili in quel punto. La vita, in altre parole, funziona come un sistema globale prima ancora che come un assemblaggio di componenti.
Questa intuizione non nasce in biologia, ma trova sorprendenti consonanze con la fisica del Novecento. Quando Albert Einstein parlava, con una certa ironia, di “spukhafte Fernwirkung”, la famosa “azione fantasma a distanza”, esprimeva il suo disagio di fronte a una non-località che sembrava violare il buon senso classico. Oggi, senza forzare analogie improprie, molti biologi riconoscono che anche i sistemi viventi mostrano una forma di non-località funzionale: non perché trasmettano segnali istantanei, ma perché l’organizzazione globale vincola il comportamento locale.
Come ha scritto il biologo teorico Robert Rosen, «un organismo non è una macchina perché in una macchina le parti spiegano il tutto, mentre in un organismo è il tutto a spiegare le parti». Una frase che riassume perfettamente la finalità di questo capitolo. Non esiste, nel vivente, una “molecola regista”, un gene sovrano o una reazione chimica capace, da sola, di spiegare l’ordine biologico. La causalità è distribuita, circolare, spesso retroattiva. Ogni livello dell’organismo esiste in funzione degli altri.
Questa idea del primato dell’organismo ha una lunga storia sotterranea. Kurt Goldstein, neurologo e pensatore della prima metà del Novecento, osservando pazienti con lesioni cerebrali, notò che il comportamento residuo non era la semplice somma di funzioni rimaste intatte. L’intero organismo si riorganizzava, trovando nuovi equilibri. Scriveva: «La parte lesa può essere compresa solo in riferimento all’organismo nella sua totalità». Non era una metafora clinica, ma una dichiarazione teorica.
Località e non-località. Le differenze.
Per secoli la scienza ha guardato alla natura con una convinzione rassicurante: per capire un fenomeno basta individuare dove avviene e che cosa lo provoca. È l’idea di località, secondo cui ogni effetto ha una causa identificabile in un punto preciso dello spazio e del tempo. Questa impostazione ha funzionato egregiamente per la meccanica, per la chimica e per gran parte della fisiologia classica. Ma quando si entra davvero nella complessità degli organismi viventi, comincia a mostrare crepe profonde.
Questo capitolo del libro si colloca proprio in quel punto di frizione. Dopo aver messo in discussione l’idea che la vita sia riducibile a una catena di reazioni biochimiche, qui si affronta una distinzione cruciale: quella tra processi locali e dinamiche non-locali. Non è una sottigliezza teorica, ma una differenza che cambia radicalmente il modo in cui interpretiamo l’organizzazione biologica.
In un sistema locale, il comportamento di una parte dipende essenzialmente da ciò che le sta accanto. Un enzima catalizza una reazione perché incontra un substrato; un recettore si attiva perché una molecola vi si lega. Tutto avviene “qui”, e ciò che accade altrove è, in linea di principio, irrilevante. È il modello implicito della biochimica classica, potente e preciso, ma limitato.
La non-località biologica introduce invece un’altra logica. Negli organismi, ciò che accade in un punto dipende spesso dallo stato dell’intero sistema. Non perché esistano misteriose forze a distanza, ma perché il vivente è organizzato come un’unità coerente, in cui il contesto globale vincola il comportamento locale. Un esempio noto agli addetti ai lavori, ma raramente discusso fuori dai circoli specialistici, riguarda il ritmo cardiaco. Denis Noble, fisiologo di Oxford, ha mostrato come il battito non sia “comandato” da una singola cellula pacemaker, ma emerga dall’interazione collettiva di milioni di cellule cardiache, ciascuna sensibile allo stato complessivo del tessuto. Isolare una cellula significa perderne il comportamento reale.
La differenza tra locale e non-locale diventa ancora più evidente nello sviluppo embrionale. Se la località fosse il principio dominante, basterebbe conoscere la posizione e il destino di ogni singola cellula per spiegare la forma finale di un organismo. Eppure, esperimenti classici del Novecento hanno mostrato che embrioni precocemente separati possono riorganizzarsi e dare origine a strutture complete, anche se “mancano” parti che, secondo una logica locale, sarebbero state indispensabili. Lo sviluppo risponde a un campo di relazioni globali, non a una mappa punto per punto.
Walter Freeman, neuroscienziato americano, parlando dell’attività cerebrale, usava un’espressione volutamente provocatoria: «Il cervello non elabora informazioni come un centralino, ma come una tempesta». Ciò che intendeva era semplice e radicale: non esiste un luogo preciso in cui “nasce” un pensiero o una percezione. L’attività neuronale assume configurazioni globali che danno senso ai singoli segnali. Ancora una volta, il tutto precede le parti.
La località cerca la causa; la non-località cerca la condizione. Nella prima, si domanda “quale elemento produce questo effetto?”. Nella seconda, “in quale stato deve trovarsi il sistema affinché questo effetto sia possibile?”. È una differenza sottile, ma decisiva. Claude Bernard, già nell’Ottocento, aveva intuito qualcosa di simile quando affermava che «la stabilità del milieu intérieur è la condizione della vita libera». Non parlava di molecole specifiche, ma di uno stato globale che rende possibile ogni funzione locale.
Questa distinzione aiuta anche a capire perché l’idea di una “molecola regista” sia così seducente e al tempo stesso così fuorviante. Attribuire a un gene, a un ormone o a un neurotrasmettitore il ruolo di causa ultima è un riflesso locale applicato a un sistema che non lo è.
Dal corpo alla società: la non-località che ci governa.
C’è un punto, nel confronto tra biologia ed economia, in cui il parallelismo smette di essere una metafora elegante e diventa uno strumento di comprensione. È il punto della non-località. Così come in un organismo vivente il comportamento di una cellula dipende dallo stato complessivo del corpo, allo stesso modo nei sistemi economici e sociali le azioni dei singoli attori sono profondamente condizionate da dinamiche globali che nessuno controlla direttamente. John Maynard Keynes lo intuì con chiarezza negli anni Trenta, parlando di “animal spirits”: decisioni individuali apparentemente razionali che, prese insieme, producono effetti collettivi imprevedibili. Nessun investitore, preso singolarmente, “decide” una crisi finanziaria, eppure una crisi accade, come una febbre sistemica. L’esempio del crollo di Wall Street del 1929 — studiato ancora oggi non solo dagli economisti ma anche dai teorici dei sistemi complessi — mostra una dinamica sorprendentemente simile a certi fenomeni biologici: piccoli segnali locali diventano rilevanti solo perché il sistema nel suo insieme ha perso coerenza. Karl Polanyi, osservando l’Europa tra le due guerre, parlava di una “disintegrazione del tessuto sociale” prima ancora che economico. Anche qui, come nel vivente, non è la singola parte a spiegare il collasso, ma lo stato globale del campo di relazioni. Più vicino a noi, il sociologo Mark Granovetter ha mostrato come comportamenti individuali — ad esempio aderire a una protesta o a una moda — dipendano da soglie collettive invisibili: ciò che sembra una scelta personale è in realtà un evento non-locale, reso possibile dalla configurazione complessiva della rete sociale. In biologia come nelle scienze sociali, la non-località non elimina l’individuo, ma lo colloca dentro un contesto che lo precede e lo rende intelligibile. Il tutto, ancora una volta, viene prima delle parti.
Quando il futuro decide il presente.
Se la non-località mette in crisi l’idea che ogni causa stia in un punto preciso dello spazio, il tempo compie un passo ulteriore: mostra che, nei sistemi viventi, la causa non sta neppure in un istante isolabile. Un organismo non vive mai soltanto nel presente. Ogni sua risposta è intrisa di passato e orientata verso un possibile futuro. Il sistema immunitario, per esempio, reagisce in base a una memoria: un’infezione avvenuta anni prima modifica oggi la qualità della risposta cellulare. Nel 1973, durante un congresso a Cold Spring Harbor, Niels Jerne descrisse il sistema immunitario come una rete che “ricorda” e si anticipa, più simile a una conversazione che a una catena di reazioni. Qui il tempo non scorre in linea retta: circola, si ripiega, ritorna. La stessa logica vale per il corpo intero. Un atleta infortunato raccontava che il dolore al ginocchio ricompariva prima ancora dello sforzo, alla sola prospettiva della gara. L’aspettativa futura aveva già modificato il presente fisiologico. Fenomeni analoghi sono ben noti anche nelle società. Le crisi economiche spesso iniziano prima che i numeri lo giustifichino: è sufficiente che si diffonda l’idea di un futuro incerto perché il comportamento collettivo cambi oggi. Nel 1992, alla vigilia della crisi della lira, alcuni osservatori notarono che i mercati reagivano più alle voci che ai dati ufficiali. Come in un organismo sotto stress, l’anticipazione del pericolo riorganizza il sistema nel suo complesso. Il sociologo Robert K. Merton parlava di “profezia che si autoavvera”: aspettative future che diventano cause presenti. In entrambi i casi, biologico e sociale, il tempo agisce in modo non-locale: il passato non è davvero passato, il futuro non è ancora accaduto, eppure entrambi partecipano attivamente alla configurazione del qui e ora. La non-località temporale è forse la forma più sottile del primato del tutto: il sistema non risponde a ciò che accade, ma a ciò che significa nel flusso della sua storia.
Tratto da: “La biologia dei campi”. (Bruno Del Medico, PensareDiverso 2026)

