La coscienza diffusa nel tutto
Nel XXI secolo, un antico concetto filosofico sta ritornando al centro del dibattito: il panpsichismo, l’idea che la coscienza sia una proprietà fondamentale di tutta la materia. Non si tratta di una metafora poetica o di una dottrina esoterica, ma di una posizione che sempre più filosofi e scienziati prendono in seria considerazione.
Il filosofo David Chalmers, noto per aver formulato nel 1994 il celebre “hard problem” della coscienza, ha dichiarato:
“Se prendiamo sul serio la coscienza come un fatto fondamentale, allora dobbiamo ammettere che essa potrebbe non limitarsi agli esseri umani o agli animali complessi” (The Conscious Mind, 1996).
Chalmers si è progressivamente avvicinato al panpsichismo per semplice economia di ipotesi: escludere la coscienza dalla natura costringe a spiegare il suo emergere dal nulla, un’operazione di enorme difficoltà teorica.
Tra i principali promotori contemporanei del panpsichismo troviamo anche Philip Goff, professore di filosofia alla Durham University. Nel suo libro “Galileo’s Error” (2019), Goff scrive:
“Se la coscienza è reale, e lo è, dobbiamo integrarla nella nostra immagine scientifica del mondo. L’unico modo coerente è considerarla un aspetto intrinseco della materia stessa.”
Per Goff, gli elettroni, i fotoni e le particelle subatomiche non sarebbero entità inerti, ma dotate di una forma rudimentale di esperienza. Questa esperienza non è simile alla nostra, ma è l’“ingrediente primario” da cui derivano le forme complesse della coscienza umana.
Dal lato scientifico, un contributo decisivo arriva da Giulio Tononi. Tononi propone una formula per misurare la coscienza (il parametro Φ) e sostiene che essa sia presente ovunque vi sia un certo grado di integrazione informativa. Come scrive in “Phi: A Voyage from the Brain to the Soul” (2012):
“La coscienza non è un trucco del cervello, ma una caratteristica intrinseca di qualunque sistema che integri informazione in un tutto più grande della somma delle parti.”
Questa teoria, pur nata per lo studio del cervello umano e degli stati di coscienza, lascia aperta la possibilità che anche sistemi artificiali o strutture naturali non biologiche possano possedere un certo grado di coscienza.
Un universo intrinsecamente mentale.
La visione panpsichista si intreccia con alcune ipotesi cosmologiche. Il fisico David Bohm parlava di “ordine implicato”, un livello profondo della realtà in cui tutto è già interconnesso:
“La coscienza e la materia sono due aspetti di un’unica realtà immanente” (Wholeness and the Implicate Order, 1980).
In epistemologia, questo implica una sfida al materialismo classico: se la coscienza è onnipresente, la distinzione netta tra mente e mondo cessa di avere senso.
La rinascita del panpsichismo non avviene in un vuoto culturale. Accade in un’epoca di crisi ecologica, di ricerca di significato e di dissoluzione di vecchi dogmi scientifici. Il materialismo tradizionale, che riduce la mente a un sottoprodotto della materia, appare incapace di dare un senso all’esperienza soggettiva. Come nota Goff:
“Il panpsichismo ci restituisce un posto nella natura. Non siamo isole di coscienza in un universo morto; siamo nodi in una rete cosmica di esperienza.”
Il panpsichismo resta un’ipotesi, non una teoria confermata. Ma guadagna attenzione perché offre un ponte tra fisica, neuroscienze e filosofia della mente. Invece di cancellare la soggettività dal quadro scientifico, la porta dentro il cuore stesso della realtà.
Forse, come suggerisce Tononi, “la coscienza è la sostanza invisibile di cui è fatto l’universo”. Se così fosse, ogni nostra esperienza sarebbe un frammento della mente cosmica che ci contiene e ci unisce.
Dal granello di sabbia alla galassia: la scala cosmica della coscienza.
Immaginiamo un granello di sabbia. Inerte, freddo, silenzioso. Per il senso comune, esso è privo di vita e di pensiero.
Eppure, il panpsichismo – un’ipotesi antica che torna oggi nei laboratori di fisica teorica e nelle università di filosofia – afferma qualcosa di radicale: anche quel granello possiede una forma di coscienza. Diversa dalla nostra, infinitamente semplice, ma reale.
Il concetto è antico. Già nel IV secolo a.C., Anassimene di Mileto parlava di una “psiche” pervasa in tutte le cose. Nel XVII secolo, Baruch Spinoza vedeva mente e materia come due aspetti della stessa sostanza eterna. Oggi, neuroscienziati come Christof Koch e filosofi come Philip Goff riprendono quelle intuizioni e le inseriscono nel contesto della fisica quantistica e della teoria dell’informazione.
Il panpsichismo moderno propone una scala della coscienza. Non tutte le coscienze sono uguali.
Una particella elementare potrebbe “sentire” solo il proprio stato quantistico, come una conferma minima di esperienza. Un batterio possiede un orizzonte più ampio: percepisce, reagisce, memorizza. Un animale complesso come un delfino sviluppa un mosaico ricco di sensazioni, ricordi, emozioni. L’essere umano unisce percezione, memoria e riflessione in un flusso narrativo unico, capace di immaginare ciò che non esiste ancora.
La differenza non è di “presenza o assenza” della coscienza, ma di complessità. È come la luce: la stessa natura in una candela che illumina una stanza e in una supernova che rischiara metà galassia. La scala cosmica della coscienza è, in questa visione, una progressione di intensità ed estensione.
Se una particella può essere vista come un singolo nodo di percezione, allora una galassia potrebbe costituire una mente immensa. Non una mente “umana”, ma un circuito di consapevolezza che integra miliardi di stelle e mondi. È un’idea suggestiva che ricorda Arthur Eddington, l’astrofisico che negli anni ’20 scrisse: “La materia dell’universo sembra più simile a un pensiero che a una macchina”.
Alcuni fisici teorici azzardano un parallelismo con l’entanglement quantistico. Se particelle distanti sono collegate in modo istantaneo, potrebbe esserlo anche l’esperienza, come se la coscienza fosse un campo diffuso nello spazio e nel tempo. In questa prospettiva, noi non “possediamo” coscienza: partecipiamo a una rete cosmica di consapevolezza.
I popoli antichi hanno spesso percepito questa continuità. In Giappone, lo shinto attribuisce un kami (un principio vitale) a ogni pietra, ogni fiume, ogni montagna. I nativi americani parlavano di “Popolo della Pietra” e “Popolo dell’Acqua” come entità vive. Oggi la scienza, con un linguaggio diverso, torna a chiedersi se non ci sia una verità profonda sotto queste intuizioni.
Così, dal granello di sabbia che giace su una spiaggia di Okinawa fino ai bracci scintillanti della galassia Andromeda, potremmo trovarci di fronte a una scala di coscienza che attraversa l’intero cosmo.
Forse, come scrisse William Blake, “vedere un mondo in un granello di sabbia” non è solo poesia. Potrebbe essere un indizio.

